Trump: adesso il negoziato di pace con Gerusalemme capitale d’Israele

Il presidente: oggi riconosciamo l’ovvio, sposteremo l’ambasciata da Tel Aviv. E apre ai palestinesi: “Nessuna decisione su sovranità e sui confini della città”
AFP

Il presidente Donald Trump, con dietro il suo vice Mike Pence, mentre firma il memorandum che riconosce Gerusalemme come capitale d’Israele


Pubblicato il 07/12/2017
inviato a new york

Gli Stati Uniti riconoscono Gerusalemme come capitale di Israele, e avviano il processo per trasferire l’ambasciata da Tel Aviv. Restano però favorevoli alla soluzione dei due stati per il negoziato di pace, e non escludono che una parte della città possa diventare la capitale palestinese. Come anticipato, questa è la sostanza dell’annuncio fatto ieri dal presidente Trump, che da una parte rischia le reazioni violente sul terreno, ma dall’altra apre anche potenzialmente la porta ad un’intesa, perché gli consente di chiedere in cambio concessioni allo Stato ebraico. 

 

Oltre venti anni di attesa  

Trump ha ricordato che nel 1995 il Congresso aveva impegnato il governo americano a compiere questo passo, ma per oltre 20 anni i presidenti lo avevano evitato. Ciò non ha prodotto la pace, e quindi «sarebbe folle ripetere la stessa formula». Gerusalemme è già la capitale di Israele, e quindi «oggi riconosciamo l’ovvio». Il presidente però ha lasciato aperto uno spiraglio per i palestinesi: «Voglio sia molto chiaro un punto: questa decisione non intende in alcun modo riflettere l’abbandono del nostro impegno per facilitare un durevole accordo di pace. Non stiamo prendendo posizione su alcuna questione relativa allo status finale, inclusi i confini specifici della sovranità israeliana su Gerusalemme, o la risoluzione delle frontiere contestate. Tali temi restano nelle mani delle parti. Gli Usa appoggeranno la soluzione dei due Stati, se entrambe le parti si accorderanno su essa. Lo status quo sui luoghi di culto resta in vigore». 

 

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Gli obiettivi  

Trump voleva riconoscere Gerusalemme e spostare la capitale perché questa è la sua convinzione, per consolidare l’amicizia con Israele, e soprattutto per rispettare l’impegno preso in campagna elettorale con la sua base evangelica, come dimostra la presenza del vice Pence al suo fianco. I consiglieri però, incluso il segretario di Stato Tillerson, quello alla Difesa Mattis e il capo della Cia Pompeo, lo hanno avvisato che la mossa era rischiosa per la stabilità, e per il futuro del processo di pace gestito ora dal genero Jared Kushner, e gli avevano chiesto di aspettare una settimana per poter attivare misure di sicurezza. Allora nel discorso è stata inserita la parte che lascia aperta la possibilità di arrivare alla soluzione dei due stati, con Gerusalemme Est capitale di quello palestinese. Il problema ora è vedere se le reazioni sul terreno travolgeranno tutto, oppure se questa possibilità è davvero realistica. 

 

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La strategia  

Durante un briefing tenuto martedì sera con i giornalisti, fonti della Casa Bianca hanno detto che il processo di pace sta facendo progressi, anche se non sono ancora pubblici. Lo schema è abbastanza definito. Gli Usa hanno promesso aiuto all’Arabia Saudita contro l’Iran, favorendo un’alleanza su questo punto tra Riad e Israele. In cambio hanno chiesto ai sauditi di appoggiare il piano di pace elaborato da Kushner, spingendo Abu Mazen ad accettarlo. La proposta prevede una qualche forma di sovranità palestinese, che può prendere la forma dello stato; l’ampliamento della Striscia di Gaza con territori nel Sinai, per compensare quelli persi in Cisgiordania; e non esclude Gerusalemme Est capitale, come ha detto lo stesso Trump. Se questa è un’offerta reale, e se può bastare a placare gli animi, è tutto da vedere. 

 

Secondo Dennis Ross, a lungo negoziatore americano nella regione, il discorso del capo della Casa Bianca «ha creato un nuovo scenario, che lo volesse o no». Se la sua apertura ai palestinesi era una mossa di facciata, e l’obiettivo di Trump era solo soddisfare la propria base elettorale interna, l’America perderà la credibilità come mediatore onesto e il processo di pace finirà. Se invece è una cosa seria, e il presidente è davvero pronto a spingere il premier Netanyahu verso il tavolo del negoziato, la sua posizione si è rafforzata.  

 

Da una parte, infatti, l’Arabia ha tutto l’interesse a sostenere il processo, se porta a stabilizzare la regione e isolare l’Iran. Dall’altra Trump, proprio in virtù della concessione storica fatta a Israele, si è creato lo spazio di manovra e la leva necessaria a chiedere in cambio disponibilità da parte dello Stato ebraico sul tema dei confini e degli insediamenti. In altre parole, i sacrifici necessari a concludere davvero l’accordo di pace. A meno che invece il presidente non sia già arrivato alla conclusione che l’intesa è impossibile, e quindi ha preso la posizione che gli conveniva politicamente, sapendo così di chiudere il negoziato e rischiare la rivolta.  

 

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