La tragedia del lupo rottamatore


Pubblicato il 10/01/2018
Ultima modifica il 10/01/2018 alle ore 08:01

C’era una volta un giovane lupo, irrequieto e ambizioso. Così affamato di potere da tentare maldestramente di scalzare il capobranco, prima dei tempi dettati dalla natura e senza aver maturato la giusta credibilità.  

E così, mentre Wolf, l’anziano e amato leader si è lasciato morire di stenti per l’onta subita, oggi, dopo più di 18 mesi da quel morso a tradimento, il branco è ancora allo sbando perché nessuno dei membri ha riconosciuto l’autorevolezza dall’aspirante leader. Ha il sapore di una favola di Esopo e la parvenza di una metafora di Pierluigi Bersani questa storia autentica che parla tanto di noi e che vede come protagonista una famiglia di lupi grigi ospiti del Parco «Natura viva» di Bussolengo (Vr), moderno centro zoologico e tra i centri di tutela delle specie minacciate più importanti d’Europa.  

 

«La postura eretta, l’espressione facciale, la coda dritta, i denti ben in vista: al maschio “alfa” basta questo per riportare l’ordine, per gestire la situazione, per affermare il proprio ruolo – spiega Caterina Spiezio, responsabile del settore ricerca e conservazione del parco –. E Wolf per oltre dieci anni è stato il faro indiscusso: con la femmina dominante al suo fianco e tutti gli altri esemplari al seguito. Pronti a delegare a lui la capacità di discernere il pericolo e di saper moderare gli antagonismi». Consenso e rispetto, fiducia e riconoscenza: la «ditta» in Wolf vedeva tutto questo, nonostante i primi acciacchi, i riflessi non più scattanti, le zampe indolenzite. Ma l’istinto della rottamazione si è infiltrato nella serenità gruppo: un giovane spavaldo ha cominciato a corteggiare la femmina alfa, a provocare scontri, a non sottomettersi al volere del vecchio lupo. Fino al morso, improvviso e inatteso. «Per Wolf è stato un colpo mortale – racconta la Spiezio –. E’ come se avesse detto “Io non conto più niente per voi, non vi servo più”. Si è ritirato in un angolo, rifiutando il cibo e l’interazione con gli altri lupi, che si avvicinavano per stimolarlo, per leccarlo, per dimostrargli vicinanza. Nel giro di tre giorni è morto».  

 

Da allora è il caos. Nessuno ha considerato il lupo arrivista il nuovo premier. Il branco si è diviso in gruppi e sottogruppi (correnti?) che cambiano continuamente. Ci sono lotte, aggressioni e litigi. I sociogrammi elaborati dagli operatori del parco - ovvero gli schemi che tratteggiano graficamente le relazioni tra i vari individui – fotografano assenza di leadership, incostanza nelle alleanze, costante tensione nei momenti cruciali della vita d’insieme. «Non si diventa leader con la forza – conclude la Spiezio –. Wolf avrebbe mollato nel giro di pochi anni e in questo tempo avrebbe affiancato giorno per giorno il candidato a prendere il suo posto. Il giovane avrebbe imparato dal vecchio e gli altri avrebbero accettato questa nuova dominanza. Fiducia, autorevolezza e capacità di guida sono un passaggio graduale e tutto da costruire. Forzarlo e imporlo ha portato solo al disordine e ha reso il branco più debole. Ora l’auspicio è che cambi qualcosa entro primavera, il periodo dell’accoppiamento». «Wolf Presidente» sarebbe stato probabilmente un buon simbolo, e non stupiamoci se domani mattina qualcuno andasse e depositare il logo. Nel frattempo lasciamo ai professionisti della politica la capacità di trarre insegnamenti da questa storia. Perché la forza del branco – pardon, del partito – sta anche lì: nell’essere coesi. Attorno a un leader che ha imparato a esserlo. Per capacità, non per un morso in più.  

*****AVVISO AI LETTORI******

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