“L’ospite inatteso”, passerella di mostruosità umane

In scena all’Astra di Torino la commedia del 1958 di Agatha Christie. In Italia l’edizione prodotta dalla Fondazione Teatro Piemonte Europa diretta da Andrea Borini


Pubblicato il 10/01/2018
Ultima modifica il 10/01/2018 alle ore 11:57

Che notte quella notte. In una sperduta località del Galles la nebbia si taglia col coltello, tanto che un forestiero, un certo Mark Starkwedder, finisce con la macchina in un fosso. Cercando aiuto, costui arriva in una villa, entra e quasi inciampa in un uomo riverso su una sedia a rotelle. E’ morto. E’ stato ucciso con un colpo di pistola alla testa. Nella penombra c’è una donna dritta in piedi con un revolver in mano. E’ Laura Warwick, la moglie del defunto. Dice: «Ho ucciso mio marito, chiami la polizia».  

 

Si apre con questa scena L’ospite inatteso, la commedia del 1958 con cui Agatha Christie tentò di far dimenticare Verdetto, un insuccesso teatrale che pochi mesi prima sembrava averla ferita nell’onore. Ci riuscì? Pienamente.  

 

Al Duchess Theatre di Londra il lavoro tenne il cartellone per mesi e per mesi il pubblico s’interrogò su questa vicenda dove tutto sembrava chiaro ma niente in realtà lo era, e anzi più l’intrigo andava avanti più i fatti s’ingarbugliavano, si scopriva che i colpevoli non erano del tutto colpevoli, così come gli innocenti non erano del tutto innocenti. La Christie si divertiva a scoperchiare un pozzo nero, che poi si affrettava a richiudere.  

 

No. L’ospite inatteso non era un giallo «classico». C’era subito un colpevole, la verità si trovava sotto gli occhi di tutti e poi c’era il tono, quella mescolanza di commedia leggera e di dramma, che un po’ sconcertava. E allora si fece strada l’ipotesi che bisognasse osservare il lavoro da una prospettiva diversa, tutta psicologica, tutta intimamente patologica, un ritratto d’ambiente che più spietato non poteva risultare. 

 

Che le cose stiano effettivamente così appare indiscutibile da questa edizione prodotta dalla Fondazione Teatro Piemonte Europa e diretta da Andrea Borini sulla ormai canonica traduzione di Edoardo Erba. Qui si vede come la suspense risieda definitivamente nei comportamenti dei singoli, nelle loro storie, nei loro vizi, nei rapporti che li rendono, ciascuno a suo modo, vagamente e pericolosamente mostruosi. 

 

Il morto, per esempio, era una carogna. Dopo l’incidente che lo aveva inchiodato su una carrozzina angariava il prossimo, uccideva un bambino investendolo con l’automobile senza provarne rimorso, beveva troppo, passava le notti sparando ai gatti. Sua moglie sembrava devota, ma aveva una tresca con il maggiore Farrar, amico del marito, che però al momento buono tirava vergognosamente i remi sentimentali in barca.  

 

C’erano poi la matriarca occhiuta e dal pugno di ferro, il fratello del defunto dal cervello un po’ tocco e innamorato pazzo delle armi, l’infermiera dai sentimenti ambigui, il domestico ricattatore. Piombato nel mezzo di questa umanità, che fa l’ospite inatteso? Invece di chiamare subito la polizia, si mette a chiacchierare con la sedicente assassina, decide di salvarla perché è troppo giovane e appetitosa per finire in galera, fabbrica con lei indizi fasulli, monta un caso che non ha niente a che vedere con la verità dei fatti, finché… 

 

Ammettiamolo: è un bel rompicapo teatrale quello che Borini tenta di trasformare con energia in un bell’esemplare teatrale.  

Ci riesce? Solo in parte. Va incontro ad un paio di scivoloni che rischiano di mandare all’aria la sua costruzione. Il primo, forse il più sconcertante, consiste nel proiettare su una tenda il disegno animato dell’incidente d’auto, che peraltro viene raccontato più e più volte con dovizia di particolari.  

 

L’altro, più veniale ma non per questo inoffensivo, mostra l’ineffabile Starkwedder che, sulle note di «Patricia» nell’indimenticabile esecuzione di Perez Prado, cambia la scena del crimine come se cambiasse i cotillons di una serata danzante. Per fortuna Borini può ancora correre ai ripari e concentrare le energie su ciò che qui veramente conta: l’interpretazione degli attori. 

 

I quali ce la mettono tutta per rendere palpabile l’ambiguità che li governa. Citiamo subito lo Starkwedder di Stefano Moretti, il burattinaio della situazione, e la fremente Laura di Daria Pascal Attolini. Del tutto credibile e adeguatamente energica è la matriarca interpretata da Gisella Bein, così come è gelidamente viscido il domestico di Andrea Romero. Ci sono poi l’ispettore di polizia d’aspetto impiegatizio affidato a Matteo Romoli e il sergente un po’ cretino di Riccardo De Leo. Il fratello patologico sta tutto nei modi surriscaldati di Giuseppe Nitti. Infine Silvia Iannazzo e Alessandro Meringolo portano il loro onesto contributo ad uno spettacolo accolto al suo esordio da molti applausi. 

 

Al teatro Astra di Torino fino al 21 gennaio.  

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