Francesco Piccolo: “Porto i miei libri sul palcoscenico. Ma non è narcisismo, è curiosità”

Lo scrittore solo in scena con “Momenti di trascurabile (in)felicità”. Mercoledì a Novara il debutto: “Racconto attimi di vita quotidiana”

Francesco Piccolo, 53 anni: tra i suoi libri, «Momenti di trascurabile felicità» e «Momenti di trascurabile infelicità» (Einaudi)


Pubblicato il 13/01/2018
Ultima modifica il 13/01/2018 alle ore 07:33
novara

Scrittore da premio Strega e sceneggiatore di gran successo, da mercoledì 17 gennaio Francesco Piccolo si dà pure al teatro. La sua prima tournée, originata dai reading che da anni tiene in giro per l’Italia, comincia al Teatro Coccia di Novara per proseguire a Verbania, Bologna, Tolentino, Roma, Genova, Nichelino e Milano (Teatro Parenti, 11 marzo): e anche se, assicura, «parlare in pubblico non mi ha mai spaventato», di certo gli toccherà mettersi un po’ più in gioco. 

 

Si ricorda, Piccolo, che cosa ha scritto sull’andare a teatro in «Momenti di trascurabile felicità»? Glielo leggo. «A teatro, dopo la prima frase, hai già capito. Sei in trappola, non puoi uscire, non puoi fare niente; sei piantato nella poltroncina e questo spettacolo che sta lì davanti a te durerà ore, giorni, settimane. Anni. Non finirà mai più». La terrorizza che il suo pubblico possa sentirsi così?  

«Diciamo che tutto lo spettacolo è pensato perché questo non avvenga. Mi conforta quello che è già successo ai reading. Capita che la mia voce e la voce narrante dei miei libri si assomiglino, e questo aiuta. E poi la gente si identifica: anzi, a volte ride qualche secondo prima che la frase finisca, perché ha capito dove sto andando a parare». 

 

C’è del narcisismo nella scelta di salire su un palco?  

«Glissiamo, perché se dicessi “no” sarebbe una risposta scema, e però “sì” non lo dice nessuno. Insomma: non lo so, e comunque più del narcisismo conta la curiosità e la voglia di provare qualcosa di nuovo». 

 

Come ha riorganizzato il materiale dei due libri?  

«Lo spettacolo è a metà fra la lettura e il racconto, con un filo conduttore forse non visibilissimo ma molto solido. Sta nel titolo, Momenti di trascurabile (in)felicità, e in quell’accumularsi di attimi della vita quotidiana di cui tutti hanno esperienza». 

 

Lei ha co-sceneggiato «Ella e John» , il film americano di Paolo Virzì con Helen Mirren e Donald Sutherland. Che effetto fa sentire i propri dialoghi tradotti in inglese e recitati da due mostri sacri?  

«Le prime volte al montaggio mi sono commosso. Mi spiace solo quei due di non averli conosciuti di persona, ma solo per mail, perché a Venezia non ci sono andato». 

 

E oltre a quelli di Virzì «Gli sdraiati» di Francesca Archibugi, e con lei «Il nome del figlio», e i film di Nanni Moretti, dal «Caimano» ad «Habemus Papam» a «Mia madre». Le piace di più scrivere un libro da solo o collaborare con altri a una sceneggiatura?  

«Li considero due modi complementari di fare lo stesso mestiere: il lavoro di sceneggiatura compensa l’isolamento della scrittura in solitario, ma è anche vero che quando stiamo su un film ognuno di noi vorrebbe scriverselo per intero. Gli incagli e i momenti difficili ci sono, e anche quelli fanno parte del processo. Di sicuro con Virzì e Archibugi passiamo un sacco di tempo, anche al di là del lavoro, in grande intimità e con molto piacere». 

 

Il rapporto con Moretti parrebbe, visto da fuori, come un po’ più complicato.  

«E questa è la vulgata. Ma le garantisco che con lui ci si diverte molto. Si prendono pure parecchi cappuccini, perché gli piacciono le pause di compensazione al bar. Con Virzì e con Francesca, invece, si tende ad andare tutto di fila». 

 

È vero che nel suo nuovo script per Virzì, «Notti magiche», c’entra la storia del cinema italiano?  

« È vero, attraverso quello che succede a tre giovani sceneggiatori». 

 

Avrà visto le notizie sulla débâcle dell’ industria nazionale. Commenti?  

«Il cinema italiano è vivissimo, il problema è la concorrenza di fruizione. Dunque il rimedio è uno solo ed è lì davanti a noi, che ci piaccia o no: sbrigarsi ad andare sulle piattaforme. Senza aver paura che questo significhi la morte delle sale: nella storia è sempre andata così, la concorrenza genera nuovo interesse, altro desiderio». 

 

Anche lei è uno di quelli che vive su Netflix?  

«E su Sky, e su Amazon. Ma anche che continua a leggere libri, per fortuna, e ad andare al cinema». 

 

Le sue serie preferite in questo momento?  

«The Handmaid’s Tale e Big Little Lies. Magnifiche. Quelle che hanno raccolto molti premi agli Emmy e ai Golden Globes. Guarda caso». 

 

E due storie al femminile.  

«Guarda caso».  

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