“Marunat” da quattro generazioni: “Ecco i segreti delle nostre trecce”

Poche famiglie custodiscono un sapere che si tramanda con cura e che riappare ogni anno a San Gaudenzio

Le famiglie dei marunat sono originarie di Sant’Angelo Lodigiano e Mondovì


Pubblicato il 24/01/2018
Ultima modifica il 24/01/2018 alle ore 16:39
novara

I clienti vanno chiamati, agganciati, invitati ad avvicinarsi al banco, tra le vie dello shopping come all’ombra della basilica di San Gaudenzio. Così vuole la tradizione: vale per i mercati e le patronali che i «marunat» frequentano da generazioni, muovendosi lungo il confine tra Piemonte e Lombardia, Novara, Mortara, Legnano, fino a Milano e Bergamo.  

 

Sono ormai poche le famiglie che custodiscono il mestiere delle castagne affumicate e poi intrecciate a mano: Sommariva, Toscani, Migliazzi, originari di Sant’Angelo Lodigiano e Mondovì, che ogni anno si ritrovano a Novara per la patronale di San Gaudenzio. «La leggenda dice che un montanaro dal Cuneese arrivò a Novara per chiedere la grazia a San Gaudenzio, la ottenne e in dono portò i marroni. Così iniziò la tradizione dei marunat» racconta Silvia Sommariva: da 15 anni il suo volto e i suoi capelli rossi sono familiari ai fedeli che visitano la basilica nei giorni di apertura dello scurolo. «Ci venivo con mio padre - racconta - e così faceva anche mio zio, che era un Manenti. Arriviamo il 20 gennaio per l’apertura dello scurolo e stiamo qui, in albergo, fino al 28. Ci diamo il cambio per andare a Sant’Angelo a recuperare le scorte. Purtroppo oggi se ne vendono la metà di un tempo, bisogna saperci fare. E i clienti sono soprattutto persone anziane». 

 

In tutti i dialetti

Saperci fare significa anche conoscere la parlata del posto, a ogni patronale il suo dialetto: «A Novara si chiamano marroni e noi siamo i marunat, a Milano li chiamano “firuni”, a Magenta “firun”, a Bergamo “biligoc”, mentre in Veneto le castagne secche, già pulite, sono “straca ganase” – ride Filippo Toscani -. In base al posto in cui si va, si scrivono i cartelli». 

Arrivato dalla Val Corsaglia, Mondovì, insieme alla moglie Pinuccia, come molti altri «marunat» si fermerà venti giorni in un residence in città, poi sarà la volta di Magenta, Lodi, Legnano. «Quest’anno sono davvero buone, abbiamo sconfitto la malattia delle castagne con un insetto oppositore» racconta Pinuccia, col marito ormai alla quarta generazione di venditori. «Lo faceva mio suocero e il padre di mio suocero» precisa e racconta di una lavorazione antica, un rito di famiglia: «Si intrecciano con gli aghi da materassaio, quelli da 12 centimetri, e le castagne vanno bucate due volte». 

 

La materia prima arriva da Mondovì, nel Cuneese, «a volte da Avellino, anche se lì le fanno essiccare con getti d’aria calda e non hanno lo stesso gusto» confidano alcuni. Invece, tradizione vuole che vengano fatte essiccare con ciocchi di castagno, per ottenere l’aroma affumicato: «Ci vanno quindici giorni, si devono girare una volta a settimana perché siano uniformi». Poi si mettono a bagno per ore, prima di iniziare a intrecciarle. E si bagnano ancora prima di metterle in vendita. «Si fa tutto in famiglia, io, mia moglie, mamma e papà. Per gli intrecci più grandi ci vogliono anche 45 minuti. Ora qui siamo rimasti in pochi, pensi che una volta eravamo dieci volte di più e si vendeva meglio» spiega Giovanni Sommariva, anche lui di Sant’Angelo Lodigiano, originario di Mondovì. Mette le trecce di castagne in spalla come faceva il nonno: «Vengo a Novara dagli Anni ’70». 

 

Costo: dai 5 ai 20 euro, a seconda di quantità e dimensione delle castagne. «Sono i prezzi di sempre» spiega Mattia Scabellone, 24 anni, a un cliente: lui a differenza degli altri è di Novara, aiuta il padre nell’attività che era del nonno, castagne e caldarroste d’inverno, palloncini e giochi in estate.  

Ma la maggior parte dei «marunat» arriva da fuori: «Quello che si faceva in una sola fiera cinque o sei anni fa, ora si fa in tre. E i giovani non sanno neanche più che cosa sono» racconta Pier Domenico Toscani, anche lui di Sant’Angelo Lodigiano, ultimo erede dell’attività di famiglia. Si è laureato in Tossicologia dell’ambiente, poi ha fatto l’impiegato: «Ma la ditta non andava bene, per fortuna c’era l’attività di famiglia. Sono la quarta generazione, non potevo rifiutare». 

home

home

La Stampa con te dove e quando vuoi

I più letti del giorno

I più letti del giorno